Juve, sei fattori per entrare nella leggenda

La Juventus ha appena compiuto un'impresa: per 6 anni di fila, infatti, i bianconeri hanno vinto lo scudetto e si sono laureati campioni d'Italia; un predominio così netto e duraturo non c'era mai stato e difficilmente si ripeterà a breve. Ma quali sono stati i 6 fattori che hanno portato la Juve a entrare di diritto nella leggenda del calcio italiano?

Una base solida

Sotto ogni palazzo che si rispetti, ci vogliono delle solide fondamenta; per di più se l'edificio deve essere imponente e grandioso queste devono saper reggere a ogni tipo di intemperia. La Juventus in questi anni si è dotata delle migliori fondamenta possibili, costruendo attorno a un gruppo, sportivo e societario, le proprie fortune. Si comincia dal lontano 2010 quando Andrea Agnelli, appena arrivato alla presidenza, vuole Beppe Marotta e Fabio Paratici dietro al scrivania per riportare in alto la vecchia signora. Si continua poi con l'inizio di un progetto dentro al campo che porta a vestire il bianconero prima Bonucci ad agosto 2010 e poi Barzagli(a gennaio del 2011, forse uno degli acquisti più sottovalutati di sempre).
In rosa già c'erano Buffon e Chiellini con cui costruiranno la retroguardia juventina pluriscudettata: la famigerata BBC terrore di attaccanti avversari, anche e soprattutto tra i migliori in Europa. Oltre a loro gli unici giocatori a esserci stati per tutti questi 6 anni sono stati Lichtsteiner e Marchisio: un altro difensore e un centrocampista che la Juve ce l'ha nel sangue da torinese doc. Per costruire un edificio, si parte sempre dalle fondamenta. 

Sfruttare le opportunità

"Audentis fortuna iuvat", la fortuna aiuta gli audaci è un vecchio detto latino, messo nero su bianco dal cantore epico romano per eccellenza, ovvero Virgilio. Gli audaci in questione non faranno una bella fine(si trattava infatti dell'esercito di Turno), ma invece Marotta e Paratici sono stati audaci e sono stati premiati. Dopo una prima annata, sfortunata e mesta(almeno nel posizionamento in classifica finale), nella quale il mercato aveva puntato più sulla quantità che sulla qualità, il duo ha capito che, se le basi potevano essere buone, bisognava rischiare e portare delle iniezioni di classe e carisma che mancavano. Ecco così la prima scommessa, chiamata Antonio Conte, per la panchina; ed ecco la seconda che risponde al nome di Andrea Pirlo: scaricato per motivi non meglio precisati al Milan, il regista ha illuminato la platea bianconera con colpi da fuoriclasse con cui ha permesso ai suoi di districare le situazioni più difficili. Ma parlare solo di Pirlo sarebbe limitante. Ce ne sono tante altre di scelte, non banali, non scontate, ma vincenti fatte dagli illuminati dirigenti.
Da Pogba strappato a parametro zero al Manchester United(e rivenduto ai Red Devils 3 anni dopo a peso d'oro), a Morata fortemente voluto e valorizzato; da Khedira, un campione sì, ma con i muscoli di cristallo, su cui in pochi forse avrebbero puntato, all'ultimo arrivato, quel Dani Alves, accolto con una punta di scetticismo da molti, ma che si sta dimostrando il giocatore ideale per vincere tutto per mentalità e classe

Non aver paura di cambiare

Una frase topica di quel gran capolavoro che è il Gattopardo è ovviamente "Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi"; il gattopardismo è entrato nell'accezione comune e giornalistica con una sfumatura spregiativa verso chi tenta in ogni modo di mantenere i propri privilegi nonostante il mondo intorno a lui cambi vorticosamente. Eppure la massima pronunciata da Tancredi, nipote del principe di Salina protagonista del romanzo, nasconde una grande verità che ha grande tradizione, basti pensare a Machiavelli. Il quale diceva che per mantenere il potere bisognava cambiare con il mondo che cambia, rinnovarsi, cambiarsi d'abito. Nel calcio è molto più difficile che in altri ambiti, perché la passione presente porta spesso a debiti di riconoscenza che finiscono il più delle volte per essere deleteri(basti pensare all'Inter del triplete). Un momento di svolta per questa Juve e per il suo percorso è stato sicuramente la finale di Berlino persa nel 2015 contro il Barcellona: al fischio finale, la delusione era tanta, ma si percepiva come quello fosse la fine di un percorso iniziato 4 anni prima, ma al tempo stesso l'inizio di un altro, lungo non si sapeva quanto e vincente, forse, in prospettiva.
Ma la Juve non ha avuto paura di cambiare, di mutare pelle per arricchirsi e continuare a vincere. Allora via Tevez, Pirlo e Vidal, alfieri del precedente corso, dentro Dybala, Mandzukic e Alex Sandro, protagonisti del nuovo. Comun denominatore? Coraggio, capacità di osare, carattere vincente. Da Juve. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Resistere alle intemperie

Facile riuscire a tenere il timone della nave nella baia del porto, ma a che serve? Per vincere, per scrivere la storia bisogna avventurarsi in mare aperto, dove tenere dritta la barra e dove non lasciarsi trascinare dalle correnti è decisamente più arduo. Perché di momenti vincenti ce ne sono stati tanti in questi anni, ma anche i momenti più cupi non sono certo mancati. Da quando il primo anno la fastidiosa affezione al pareggio stava frenando la truppa di Conte nella sua corsa contro il Milan, a quando l'anno dopo proprio il condottiero fu frenato dalla giustizia sportiva per 3 mesi in seguito alle note vicende di calcioscommesse. Ma anche in seguito dall'arrivo di Allegri, in un clima quanto mai funesto e burrascoso per via del precipitoso addio dello stesso Conte; oppure proprio la situazione che Allegri dovette affrontare l'anno scorso con le difficoltà iniziali della vecchia signora che sembravano relegarla a posizioni di rincalzo già in autunno.
La Juve ha però dimostrato sempre di riuscire ad andare avanti per la sua strada dimostrandosi più forte di critiche, a volte malevole, e avversari, puntualmente fastidiosi. L'intrinseca forza del gruppo è stata sempre esaltata da un carattere solido che proprio nei momenti di difficoltà ha saputo reagire e dare il meglio di sé. Bastino due esempi: la sconfitta di Firenze nella stagione 2012/13 quando la Juve scivolò momentaneamente a -5 dalla Roma; da quella occasioni i bianconeri trassero gli insegnamenti che li portarono a raggiungere la straordinaria quota 102 punti. E la sconfitta di Reggio Emilia contro il Sassuolo nel momento forse più buio di questi anni. Juve decima, sconsolata a metà classifica. Poi la risalita. Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare.

Lo stadio dei sogni

Andrea Agnelli accolse i tifosi juventini nel giorno della presentazione dello Juventus Stadium con un eloquente: benvenuti a casa. Quelle parole risuonano ancor oggi e chi ci va ha la sensazione di andare in un impianto moderno, al passo con l'Europa dove, al netto dei prezzi non accessibili, si può godere di uno spettacolo di primissimo piano. Non è un caso che il fortino bianconero sia stato testimone di tanti successi e di ben 6 scudetti. Ma non è un semplice amuleto portafortuna: è parte integrante del successo. La riprova di ciò arriva dai numeri straordinari in casa in questi anni della Juventus: solo 3 sconfitte in campionato, tantissime vittorie la maggior parte delle quali contro avversarie da scudetto. La Roma qui ha sempre perso, altrettanto ha fatto il Napoli, così come il Milan; l'Inter è stata l'unica tra le grandi a riportarne lo scalpo. Ma nei momenti decisivi lo stadium e il suo pubblico, così vicino, così rumoroso, ha fatto la differenza.

Evoluzione tattica

Estremamente affascinante e complessa è anche l'evoluzione tattica della Juve di questi ultimi sei anni che, pur cambiando solo una volta allenatore, non ha quasi mai giocato per due anni di fila allo stesso modo. Antonio Conte era arrivato a Torino presentato come un integralista del 4-4-2, nella sua versione più aggressiva del 4-2-4. Poi 2 considerazioni hanno fatto virare l'allenatore salentino su altre strade: la presenza di un pacchetto difensivo affiatato e formidabile con Barzagli, Bonucci e Chiellini e la qualità in mediana di 3 fuoriclasse del settore come Vidal, Pirlo e Marchisio.
Non si può rinunciare a nessuno ed ecco quindi un primo passaggio al 4-3-3 con Chiellini esterno a sinistra(ma molto bloccato dietro) e un gioco arioso fatto di pressing e duetti sulle fasce. Poi l'accelerata finale avviene con il 3-5-2 con due punte molto vicine, un pacchetto difensivo a 3 puro e i tre corazzieri a centrocampo a spezzare e cucire trame di gioco. L'impianto viene perfezionato nei due anni successivi con gli innesti di Pogba, Asamoah, Tevez e Llorente in particolare che consentono variazioni, minime, ma vitali al tema. Anche se in campo europeo il modulo non dà i suoi frutti, in territorio amico tritura gli avversari. L'avvento di Allegri segna l'inizio di un deciso cambiamento. L'allenatore livornese entra saggiamente in punta di piedi non mettendo mano a un consolidato assetto tattico. Poi nel corso dell'anno si scopre la velocità del nuovo arrivato Morata ed esplode anche Pogba che si aggiunge ai tre tenori là in mezzo. Qualche problema fisico in difesa porta a una risistemazione a 4 dietro con il rombo di centrocampo ottimo per non dare punti di riferimento agli avversari e sfruttare tutte le qualità migliori. Così arriva la finale di Berlino.
La rivoluzione estiva però porta nuove alchimie tattiche. La ricetta migliore tarda ad arrivare, ma quando Allegri decide di tornare al vecchio 3-5-2 tutto si sistema. Cambiano ancora gli interpreti nell'ultima stagione, ma il modulo no. Ci sono varie prove, fallimentari con Pjanic trequartista, ma Allegri decide di mettere in soffitta quest'idea, pur cara a lui. Ma dopo la sconfitta di Firenze ecco il colpo di genio del mister: mettere in campo tutti e 4 i tenori offensivi che rispondono al nome di Dybala e Mandzukic, già presenti nella stagione precedente, Higuain appena arrivato e il jolly Cuadrado. La mossa porta frutti immediati e vincenti. I risultati si abbinano al bel gioco. Un'ultima, forse definitiva, evoluzione, si ha con Dani Alves spostato sulla linea dei trequartisti protetto dalla guardia di Barzagli alle sue spalle. Ciò consente maggiore libertà a uno straordinario Mandzukic e soprattutto più protezione per Dybala, maggiormente portato a spostarsi sulla destra.