L'intervista di De Rossi tra passato e futuro

Il centrocampista della Roma Daniele De Rossi ha recentemente rilasciato una lunga intervista per Sky Sport nella sua Ostia, durante la quale ha toccato molti temi riguardanti la squadra, la sua storia in giallorosso e il futuro che lo attende, con la sua nota sincerità.
Proprio dall'infanzia passata ad Ostia parte De Rossi: "è importante il sapersi adattare ai ragazzi del proprio quartiere che magari hanno vite diametralmente opposte alle tue, poi ti ritrovi nei vari parchi di Ostia. Giocavi con le porte create dagli zaini, adesso i parchi sono sempre più belli. Penso che anche adesso, nonostante le Playstation e i telefoni, quando passo davanti ai parchi vedo sempre i bambini. Mi fa piacere, mi ricorda quello che ho fatto io. Poi ho iniziato la carriera nelle giovanili. Dà tanto ma leva anche tempo per giocare in modo spensierato".
Poi si arriva a parlare dell'esperienza professionista, dopo due decenni di calcio: "Il vero valore di un giocatore, di un uomo, lo danno i racconti che fanno i propri compagni anche 10-15 anni dopo che hai smesso. I tifosi non sono meno importanti, ma hanno una percezione limitata, vedono i 90 minuti, le interviste. Ma quello che fai nello spogliatoio, quando un compagno ha bisogno, quando l'allenatore ti mette in difficoltà non si dimentica". La stella apre pian piano il cassetto dei ricordi, rivelando che i suoi calciatori preferiti erano Voller e Giannini, arrivando a rievocare gli anni da raccattapalle: "Era una Roma più debole, i risultati che otteneva erano inferiori. Ma era emozionante in egual maniera, la Curva era qualcosa di incredibile, era un continuo spettacolo. Ce l'avevi avanti e dietro, eri indeciso su come guardare. Io ero entusiasta, il fine settimana mi dava la partita della domenica e poi il fare il raccattapalle: quello non poteva togliermelo nessuno".
Particolarmente importanti sono le considerazioni attorno a stampa e tifoseria, due forze che a Roma possono influire significativamente sulla stagione di una squadra: "Ero terrorizzato all'idea di passare da ruffiano. C'era la caccia all'uomo a chi potesse fare la spia, l'ambiente era più gretto. Ora ho 34 anni, ho capito che puoi dire quello che ti pare senza esagerare, puoi avere un rapporto col giornalista e viceversa. Prima il tifoso era inconscio, a volte folle, era anche quella la bellezza di avere questa passione, di difenderla contro tutto e tutti, di difendere il giocatore che sbagliava come un figlio. Ora si tifa per la propria idea, per il proprio giocatore, il proprio allenatore, la propria dirigenza. Ha smorzato la passione e ha creato fratture e divisioni".

Si continua parlando dell'evoluzione tattica, menzionando il lavoro di Luis Enrique, della vita privata accanto a Sarah, tra Ostia e Roma, del rapporto coi giovani e con Zeman. Certo in tutti questi anni De Rossi ha vinto ben poco con la sua Roma, ma anche su vittorie e sconfitte il centrocampista ha le idee chiare: Secondo me c'è un grande limbo, è quello in cui abbiamo navigato per tutta la mia carriera. Vincere una partita è un conto, vincere un campionato è un altro. Per arrivare secondo 7, 8, 10 volte devi aver vinto tante partite e lavorato bene, seriamente, trovando qualcuno più bravo, che ha lavorato meglio. Ma vinci tante partite, ne perdi poche, significa che hai la mentalità giusta e che sei un professionista, un vincente. Purtroppo non sei il vincitore e questo ti distrugge. Per quel che riguarda la Roma c'è tanta differenza tra la vittoria e il fallimento. Non mi sento un vincente, ma sicuro non uno sconfitto o un fallito." Inevitabile chiudere parlando del futuro, e sebbene sembra che Monchi abbia in mano il rinnovo per capitan futuro, (e in caso diventerebbe finalmente presente), De Rossi non dà certezze: "Smettere, prima di smettere di giocare bene. Non sto meditando cose strane. È un momento in cui non ne sto parlando, ma ci sto pensando tanto. Sia a casa, che tra me e me, molte ore al giorno. Qualcosa capirò e comunque sia c'è un rapporto stretto, d'amore, che non si interromperà. Queste parole possono far pensare a un commiato, ma le sto dicendo a prescindere. Non sarebbe una tragedia per me, ho dato tanto e ricevuto tantissimo". 
A cura di Gabriele Santese