Io, ragazzo degli anni '90 senza più certezze

Il tempo scorre inesorabile, non risparmia nessuno; neanche gli eroi, neanche le bandiere collocate in uno spazio atemporale solamente nella leggenda e nell'immaginario collettivo nel quale sono sempre giovani, pieni di forza, pronti a sfidare il mondo.

Un immaginario fanciullesco, da fiaba, come il calcio richiede ed esige. Un mondo non razionale, ma emozionale, non romanzesco, ma epico che ha le sue norme e i suoi campioni che le sublimano diventando parte di una storia comune e sospendendo lo scorrere del tempo. In parole povere, Totti c'è sempre stato per la Roma, come Del Piero c'è sempre stato per la Juve. Soprattutto per chi, come me, è nato in pieni anni '90. Non abbiamo visto gli esordi dei due campioni che, per ruolo, storia personale e attaccamento a una maglia sono molto simili, ma li abbiamo sempre visti a difendere i colori di un'unica squadra. Sono sempre stati due punti fermi, due stelle polari che da sempre orientavano il cammino di tifosi e nuovi arrivati. L'uno, il bianconero, più riservato, ma sempre decisivo nei momenti importanti, l'altro, il giallorosso, più viscerale e con una classe cristallina. Due facce della stessa medaglia. Ma soprattutto non era previsto che smettessero, che un giorno dovessero abbandonare la nave con tutti i componenti ancor dentro e pronti a salpare verso altre avventure. Non era previsto e anzi l'eventualità veniva considerata assurda, lontana nel tempo, senza senso. Il tempo, quello che in un balzo ha condotto un ragazzo che esordiva in serie A a 16 anni a essere salutato tra lacrime e applausi da 60.000 persone in un giorno che difficilmente Roma dimenticherà. Lo ha detto Francesco Totti nel toccante discorso d'addio a fine partita: "Sono arrivato ragazzo, me ne vado da uomo. Ora ho paura, aiutatemi voi". Neanche lui l'aveva previsto, forse, il tempo. Crescendo e impersonando la Roma per oltre 20 anni si è sempre più identificato diventando la Roma. Ma ora non potrà più essere il faro giallorosso che sempre è stato. Totti, come Del Piero, per i suoi tifosi è stato sempre come la famosa coperta di Linus: un talismano con cui siamo cresciuti che ha sempre scacciato le paure della sua gente; e il calcio è sempre stato la sua di coperta di Linus, tanto che ha detto che "fosse per me, non smetterei per altri 25 anni". Si chiude con lui un'epoca, e lo sapeva bene. Se ne apre un'altra, ma non è il tempo di pensarci. Il tempo, quello che ha fatto crescere un ragazzo biondino fino a farlo uscire di scena commuovendo un'intera città. Ma una cosa non l'ha cambiata. Negli ultimi minuti della partita Totti ha provato a tenere palla sulla bandierina del calcio d'angolo.
No, non era solo per proteggere il risultato di vantaggio; era per non lasciarla più, per non arrendersi all'idea di dover lasciare tutto, per assaporare fino all'ultimo secondo il contatto magico con la sfera. Ecco una cosa il tempo non l'ha cambiata: lo spirito del bambino che, quando la mamma lo richiama all'ordine, non vuole saperne di lasciare il campo da gioco. E Totti sapeva che non avrebbe avuto un altro pomeriggio così. Si chiude un'epoca e noi rimaniamo semza punti di riferimento: lasciati anche da una delle ultime bandiere che si è infine sottratta alla storia per scrivere la sua definitiva leggenda.